Senza passare dalla stazione l’ultimo treno prenderà

Con l’ansia di prendere quel maledetto treno che passa una volta, si rischia di prendere il treno sbagliato.

Sì, è vero, l’importante è comunque muoversi, l’importante è non star fermi mai, avrebbe detto la vecchia me. E con “vecchia me” intendo la me di appena ieri, ma forse anche la me di domani, incline come sono a cambiare spesso idea. Va’ a capire.

Ma la me di oggi dice che a volte, piuttosto che muoversi con dei movimenti convulsi e frenetici con i quali si rischia di distruggere tutto intorno, forse è il caso di fermarsi un attimo.

E aspettare. Ascoltarsi. Respirare. Lasciare che il maggese doni nuova fertilità.

Che poi a me le stazioni sono sempre piaciute un sacco. Chi ha detto che bisogna quasi averne paura e lanciarsi sul primo treno in corsa? Spoiler: io. L’ho detto io.

Sono io che temo l’immobilità. E sono sempre io che non sono capace di aspettare, ascoltarmi, respirare.

Continuo a pensare che la vita non ti aspetta, che le occasioni vere e belle arrivano solo nei film e penso perfino, in culo ad ogni logica, che se osi rifiutare quello che la vita ha da offrirti allora lei, la vita, ti punirà dandoti il ben servito fino alla fine dei tuoi giorni. Ok, magari fino alla fine dei tuoi giorni pare un po’ esagerato, e che cavolo, sta vita avrà pure un caratteraccio ma concediamole un’attenuante: diciamo per i successivi dieci anni? Cinque? Sette, dai.

E sì, perché potrai pure dichiararti agnostica e predicare a gran voce che non credi nel destino e che succede tutto per puro e semplice caso, ma nel frattempo in cuor tuo albergano credenze ataviche, e da qualche parte nel tuo DNA c’è qualche cellula fermamente convinta che gli dei dell’olimpo scaglieranno su di te la loro vendetta se non fai quel che dicono loro.

Ma per fortuna non tutte le cellule sono fan sfegatate di Pollon; e allora contemporaneamente, e in egual misura, penso pure l’esatto contrario: penso cioè che grazie, Grande Giove, per questa bella opportunità che mi stai servendo su un piatto d’argento ma che francamente io non ricordo di averti mai chiesto. Sai che c’è? No, grazie. Perché credo che avremo pure il sacrosanto diritto di essere almeno un po’ felici, in questa nostra sporca vita, e pure quello di seguire le nostre inclinazioni, altrimenti per quale arcana ragione saremmo nati inclinati, oh Grande Giove?

E penso pure che se ti butti sempre sul primo treno che passa, rischi che quello stia andando nella direzione diametralmente opposta alla tua, e per tornare alla tua meta dopo ti toccherà fare il doppio della strada. “Ma almeno ti sarai mosso!” -urla qualche altra cellula nel parapiglia generale- Sì, ti sarai mosso, ma a casaccio. E se c’è un tempo in cui è bello, e persino utile, muoversi un po’ a caso come si giocasse a mosca cieca, c’è anche un tempo in cui è invece importante pianificare un po’ il viaggio. Come quando parti all’avventura, ma con la Lonely Planet nello zaino. Tanto ci pensa già la vita (o Zeus!) a sorprenderti come vuole.

E quando la meta non sai esattamente qual è? Allora aspetti. Rimani alla stazione per un po’. Fumi una sigaretta. Fai un cruciverba. Osservi la gente correre per non perdere la coincidenza, o salutarsi commossa. Tiri fuori l’agenda e scrivi. Scrivi di quella gente, dei treni che vedi passare, oppure scrivi di te, che non sai quando arriverà il tuo treno, e non sai neppure se è già passato oppure no.

E se fosse già passato? Allora aspetti il prossimo, perché vedrai che arriva. Se poi, come me, sei nato al sud, di sicuro sarai abituato ai treni in ritardo e persino a quelli soppressi; ma un modo per arrivare lo trovi sempre.

(E quando hai ben chiara la meta, con l’aereo si fa prima.)

 

QUELLO CHE I CV NON DICONO

Il paradiso delle spiccate attitudini

 

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In questi giorni si fa un gran parlare di curriculum gonfiati, truccati e imbellettati di tutto punto. C’è chi si spaccia per fotografo perché ha imparato a usare con coscienza il filtro Amaro su Instagram, e chi si crede cardiochirurgo perché ha seguito tutte le stagioni di Grey’s Anatomy. Pseudo-dentisti che si reputano tali perché una volta estrassero a un cugino un dente da latte con il vecchio trucco del filo e della porta, e chi scrive di essere un soccer pitch bartending & mixology beverage big sports event expert per non dire molto più semplicemente che fa il bibitaro allo stadio.

Ma esiste davvero un curriculum che dica la verità e nient’altro che la verità? Non so il vostro, di certo non il mio (ma non ditelo ai recruiter, sennò che figura ci faccio). E sì, perché in fondo, lungi dal millantare esperienze, titoli e onorificenze mai ottenuti, qualche smussatina agli spigoli bisogna pur darla, ché a dire tutta la verità su se stessi si rischia che anziché prenderti a lavorare chiamano la Neuro.

E allora ho stilato un elenco delle mie 11 verità supposte, con dritto e rovescio.

1  Ho una predisposizione per le relazioni interpersonali: sì, soprattutto se non superano quei tre o quattro metri di distanza di sicurezza.

2  Possiedo una spiccata attitudine al lavoro di squadra: ma solo se il resto della squadra si trova in un’altra stanza.

3  Sono una ragazza molto flessibile e con una grande inclinazione al cambiamento: poi mi salta un piano e divento pazza, P A Z Z A.

4  Reagisco molto bene alle situazioni di stress: infatti soffro di insonnia e di ansia dal lontano 1989, sono una veterana ormai.

5  Sono in grado di lavorare bene sotto pressione:  sbatto pugni sul tavolo e i piedi al pavimento sbraitando contro l’universo intero, ma dovreste vedere con quanta professionalità.

6  Porto sempre a termine ogni consegna e rispetto le scadenze: che è vero. Ma quello che non dico è che il mio passatempo preferito consiste nel guardar scivolare le cose fino all’ultimo momento utile prima della scadenza, per poi testare la mia prontezza di riflessi prima dello sfacelo. Ce la faccio, ma con la palpebra che balla il twist, la tachicardia notturna, irritazioni al colon, rush cutanei, peste bubbonica.

7  Sono una persona molto socievole ed empatica: per entrare in confidenza con la gente nuova mi bastano quei 6-7 mesi di diffidenza e di sguardi in cagnesco, poi è tutto in discesa.

8  Possiedo grande dimestichezza con la tecnologia: ad esempio quando devo stampare un documento e la stampante mi dà qualche problemino, procedo per step ben strutturati, che meritano un approfondimento:

step 1: la lusinga “stampante cara bella di zia fa’ la brava stavolta eh che ho una certa fretta”;

step 2: il soffio magico:  stacco tutti i cavi i casa, anche quello della tv e del frigo, non si sa mai, e inizio a soffiare sull’estremità di ognuno e all’interno del foro di uscita. Poi riattacco tutto un po’ a casaccio ed ecco che la stampante inizia a stampare l’etichetta per il retro della passata di pomodoro Mutti, dentro il frigo c’è Costanzo e sul mio documento da stampare va in onda su La 7 una maratona Mentana;

step 3: momento tragico -mistico: comincio a imprecare contro le diavolerie moderne e contro le stampanti risalendo fino a Gutemberg, inventore della stampa e pertanto fautore e unico responsabile di questi eventi nefasti, per poi allargare il campo alla sfera celeste rivolgendomi agli angeli e a tutti i santi del calendario in ordine alfabetico a partire da Sant’Abelardo;

step 4: il colpetto tecnico, che in realtà può definirsi “colpetto” solo quando viene assestato tra lo step 2 e lo step 3, mentre nello stadio avanzato ormai più che di un colpetto si tratta del remake di un film con Bud Spencer e Terence Hill, ma senza l’utilizzo di effetti sonori artificiali.

Ma torniamo all’elenco.

9  Mi piace la musica e amo viaggiare:  che è un po’ come dire mi piace l’aria, adoro bere acqua quando ho sete, preferisco la pace alla guerra, meglio essere bella e ricca che povera e brutta. In poche parole è uno spin-off di Catalano in Quelli della Notte (che per chi non se lo ricorda -perché, a differenza mia, non ha cent’anni- sarebbe lui:)

 

10  La mia più grande passione è la scrittura: verissimo, ma arma a doppio taglio, perché ciò che non dico è che quando devo scrivere per dovere potrei stare per ore a osservare un cursore lampeggiare, che più che il blocco dello scrittore a volte mi coglie proprio un totale annichilimento,  e che in quei casi riesco a farmi distrarre persino dal battito di ali di una farfalla nell’emisfero australe che può scatenare un uragano dall’altra parte del mondo che neanche dio potrà fermare, ammesso che esista un dio o che la farfalla nell’emisfero australe non sia in realtà una farfalla che muore sbattendo le ali l’amore che a letto si fa prendine un’altra metàaa oggi ritorno da leeei primo maggio, su coraggio e poi giù con tutta la playlist di Umberto Tozzi su youtube a improvvisare concerti e a scordarmi cosa stavo facendo e persino di avere avuto una dignità, una volta.

11  L’attenzione per i dettagli contraddistingue il mio modo di lavorare: sì, del tipo “Ciao Cristina hai l’aria un po’ diversa, hai forse fatto qualcosa ai capelli? – “Sono Marta, Cristina è andata in maternità e io ho preso il suo posto, sarà un mese ormai”.

 

Ma ciò che richiede in assoluto più ingegno, finezza, acume e soprattutto una poderosa faccia da culo è la risposta, in sede di colloquio, alla famigerata domanda:

Perché è interessata a lavorare con noi?

Cui un giorno mi piacerebbe tanto, ma davvero tanto, dare l’unica risposta sensata possibile:

Beh sa, ritengo di avere una spiccata attitudine per comprare il cibo anziché rubarlo.

 

La mia Lisbona

La gente parte per incontrare se stessa, io parto con la chiara intenzione di non incontrarmi nemmeno per sbaglio. Ma nella vita finisci con l’imbatterti in te stesso nella strada che avevi intrapreso per evitarti, e portandoti dietro te stesso hai finito col viaggiare proprio con quell’individuo dal quale volevi fuggire. (Quest’ultima è una frase che, mentre ero via, mia mamma mi ha mandato via sms dopo averla sentita alla radio, aggiungendo “ti calza a pennello”. Come sempre, aveva ragione.)

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È ciò che mi è successo a Lisbona. Sono partita con tutte le ritrosie del caso, quelle di chi ha un grosso cordone ombelicale da recidere e forti radici da estirpare, per liberarsi dal giogo dell’appartenenza e scoprire di essere liberi oltre la siepe, ché scorrazzare dentro l’ovile è divertente, ma alla lunga quel recinto risulta un po’ stretto.

Perché mi sono sempre un po’ rispecchiata in Belle de “La bella e la bestia”, soprattutto in quella scena in cui lei attraversa il borgo con aria trasognata intonando  “Tutto qui, un bel paesino ogni dì qui non cambia mai” dove è chiaro che coltiva un animo irrequieto che sente destinato a ben altri scopi, progetti più elevati, lidi lontani, incontri stimolanti.

Una partenza troppo a lungo rimandata. Perché ogni volta c’era una scusa per non farlo. E perché io, a differenza di Belle, il mio paesino in fondo lo amo. E di viaggi ne ho fatti – pensavo- parecchi. Ma i biglietti erano sempre due, uno d’andata e uno di ritorno. Era arrivato il momento del biglietto unico: solo andata. Che il ritorno fosse dopo due settimane, sei mesi, tre anni poco importava: si va con l’intenzione di restarci un bel po’. Stavolta non è una vacanza, si inaugura un nuovo modo di viaggiare, che è poi forse l’unico vero modo di farlo: vivere un posto, viverlo davvero. Da cittadina e non più da villeggiante. E allora zaino in spalla, e via. La destinazione importava poco -i miei cv avevano girovagato  per l’Europa, e un bel po’ oltremanica, senza che mai ci credessi davvero-. Il caso ha voluto che fosse Lisbona.

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Lisbona, quella dal  profilo basso, lievemente in sordina, da cui ci si aspetta poco, la città inaspettata e di certo meno considerata a fronte di altre città europee (prima fra tutte Londra, per cui nutrivo -e nutro- una viscerale passione nonché l’utopica promessa segreta che, prima o poi, è lì che finirò). Ma è dalla capitale lusitana che si è aperto il varco, quando il telefono ha squillato dicendo: ehi, sono l’Esperienza che aspettavi: o adesso, o mai. E allora, dopo aver passato in rassegna innumerevoli scuse per rimandare l’Esperienza ancora una volta, e dopo essermi accorta che nessuna reggeva davvero, ho detto: ma sì, andiamo a Lisbona, che peraltro non è poi malaccio.

E poco a poco, Lisbona mi ha conquistata. E nel popolo lusitano, sempre un po’ indifferente e distaccato, con quel filo di saudade che trapela in controluce, con il suo calore sud-europeo sempre intiepidito dalle gelide correnti oceaniche, quella gente che sorride con cordiale distacco ed educata insolenza, che procede nel mondo con quel proverbiale incedere flemmatico dei gesti e dei modi, mi sono un po’ riconosciuta, provando un misto di empatia e di invidia.

E in questo parapiglia sono trascorsi sei mesi. Trascorsi sei, ma percepiti uno scarso, un paio di settimane, una manciata di giorni, dieci anni, un quarto di secolo. Il tempo è stato un flusso irregolare, indefinito e indefinibile, al di fuori di scansioni stabilite, con uno spettro di percezioni plurime e discordanti. Mesi interi passati di sfuggita quasi senza salutare, mentre alcuni giorni sembravano eterni. Settimane che rotolavano le une dietro alle altre caotiche e confuse, e ore e minuti talmente interminabili da percepire quasi ogni singolo granello che veniva giù dalla clessidra per scandirli. Sei mesi a Lisbona, e mi sembra di essere arrivata appena ieri l’altro. Ma, nel contempo, l’altro ieri era un mucchio di tempo fa, perché adesso c’è una nuova me. Un’altra delle mie mille me.

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C’è una nuova me, perché è stata un’esperienza totalizzante. Ho fatto i conti con me stessa. Mi sono sfidata, e ho vinto. Mi sono scoperta forte e coraggiosa. Mi sono scoperta anche fragile. Ho assaporato cos’è la vera libertà oltre il recinto di quell’ovile, e libertà è non dover chiedere né spiegare. A nessuno. È tornare a casa consapevole di aver fatto il tuo dovere. È scoprire che tra i tuoi doveri c’è anche quello di volerti bene, amarti, ogni tanto concederti un regalo e un sorriso d’indulgenza, perdonarti, coccolarti. È scoprire che tra i tuoi doveri c’è dimenticarti dei doveri ogni tanto, santo cielo.

Quando ti ritrovi a fare i conti con te stessa comprendi meglio te, e te in relazione al mondo, e allora forse inizi a crescere davvero. E in questi mesi qui ho viaggiato fuori, e ho viaggiato dentro. In pratica è stato il mio “Mangia Prega Ama”, ma senza Prega (per quello andrò in India, oh sì che ci andrò). Ho temporaneamente sostituito le pizze con quintali di bacalhau, ho annaffiato le mie giornate con vini più o meno buoni, mi sono abbeverata di caffè gradevoli anche se diluiti, e ho incontrato innumerevoli facce dietro alle quali si nascondevano altrettanti mondi ed esperienze, milioni di universi che si incontrano e si scontrano in un coacervo di culture, spaccati sociali e territoriali che non hanno fatto altro che arricchire il mio bagaglio che a mia volta svuotavo e rivoltavo. Di alcune di quelle facce ricorderò a malapena i nomi, di molte altre sorriderò al solo pensiero, una manciata di esse rimarrà scolpita nella mia mente. Un’altra manciata, più piccola ma preziosa, anche nel cuore.

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E la fine di questa esperienza è giunta in modo brusco. È arrivata la razionalità a braccetto al dovere, come due genitori assillanti che quando s’è fatto tardi e viene sera sopraggiungono al parco e dicono al figlio: dai, raccogli i tuoi giochi, saluta i tuoi amici e andiamo a casa, che s’è fatto tardi ed è quasi ora di cena. Dai Giulia, raccogli la tua (troppa) roba che hai accumulato in questi sei mesi, saluta i compagnetti, saluta il Tejo, il cielo rosa del tramonto lisbonese, saluta i miradouri e le birre imperial a basso costo, saluta quella manciata di facce che magari-chissà-forse-un-giorno ma tanto lo sai che non è così.

Andiamo a casa, che s’è fatto tardi.

Ed io sono così triste di lasciare Lisbona che il modo giusto per farlo, più che a bordo di un aereo, sarebbe su di un treno a vapore.

31 Ottobre 2017